La partecipazione in questo Paese funziona benissimo. Il problema è che funziona quasi solo con chi partecipa già.

Hai presente quella riunione. La sala al piano terra della scuola, in circoscrizione, nel salone di San Giulio. Tredici sedie, otto occupate. L’attivista che viene da vent’anni. Il signore con il quaderno che prende appunti a ogni intervento. I due rappresentanti delle associazioni, sempre insieme. La presidente del comitato di via, che ha già parlato due volte prima ancora che si cominci. Un consigliere dell’opposizione. Due persone arrivate per una questione precisa, che dopo venti minuti capiranno che della loro questione non si parlerà e se ne andranno.

Poi ci siamo noi. E il microfono.

Quella riunione la conosci già prima di entrarci. Sai chi parlerà. Sai cosa dirà. Sai anche più o meno quando lo dirà. Potresti scrivere il verbale in anticipo e alla fine sbaglieresti giusto due righe. Eppure ci vai. E poi ci torni. E il mese dopo ne convochi un’altra quasi identica.

Alla fine, su quella conversazione lì, otto persone, tutte più o meno dello stesso giro, costruiamo documenti che sul verbale diventano “ascolto del territorio”. Se uno ci pensa a mente fredda, è una forma di finzione amministrativa che abbiamo smesso perfino di notare.

Chi non c’era

Non c’era Rosa. Rosa fa due lavori, il primo in una RSA, il secondo come badante nei weekend. Quando finisce il turno delle sei non ha nessuna voglia di rimettersi le scarpe per uscire a parlare del futuro del parco. Non è che non gliene freghi niente. È che non ne ha più. Torna a casa, si fa una pasta in bianco, accende la televisione per non pensare, e alle undici è già a letto perché alle cinque suona la sveglia. Del parco parlerà con la figlia nel weekend, dirà che è diventato uno schifo. Ma in quella sala lì Rosa non ci entrerà mai.

Non c’era Amin. Ventidue anni, vive con i genitori, fa consegne, cerca casa. Della Circoscrizione non sa quasi nulla. Se gli chiedi chi sia il suo consigliere di quartiere ti guarda come se gli avessi chiesto il nome del governatore dell’Arkansas. Però il quartiere lo vive davvero. Ci gira, ci lavora, ci prende il tram, ci perde tempo. Ha idee chiarissime su cosa funziona e cosa no. Solo che le dice agli amici. Non a noi.

Non c’era la famiglia del quinto piano. In Italia da otto anni, due figli alle elementari, un italiano ancora incerto. Se gli metti in mano un volantino con scritto “Tavolo partecipato per la rigenerazione urbana dell’asse Nord-Ovest”, quel volantino finisce sul tavolo della cucina e resta lì. Non perché non siano interessati a dove vivono. Perché quella lingua non è la loro. E noi continuiamo a scrivere così. Poi facciamo pure gli stupiti se non arriva nessuno.

Non c’erano gli anziani soli ai piani alti senza ascensore. Non c’erano i ragazzi delle superiori. Non c’erano le commesse dei supermercati. Non c’erano gli operai dei turni. Non c’erano quelli che il quartiere lo abitano davvero, e da cui il quartiere si fa abitare male o bene.

Eppure nel verbale leggeremo che “la cittadinanza si è espressa”.

Il trucco del sottoinsieme

Qui sta il trucco. E funziona anche quando chi lo mette in piedi è in assoluta buona fede. Forse proprio per quello funziona così bene.

I tavoli di partecipazione restituiscono l’opinione di un sottoinsieme autoselezionato della città. Un sottoinsieme molto preciso: chi ha tempo, chi ha dimestichezza con le parole giuste, chi ha ancora fiducia nelle istituzioni, chi ha già fatto il passaggio mentale tra “problema che vivo” e “stanza dove se ne discute”. È un pezzo minuscolo della città. Due, tre per cento, a voler essere generosi. E non è nemmeno un pezzo neutro: è quasi sempre spostato verso chi sta già un po’ meglio degli altri.

Noi però prendiamo quella voce lì, la mettiamo nei documenti, e la chiamiamo ascolto. Da lì escono politiche che finiscono per pesare di più i bisogni di chi dentro il meccanismo ci sa stare già. Chi resta fuori, resta fuori. Poi dopo cinque anni ci chiediamo come mai in certi quartieri l’astensione sfiori il sessanta per cento. Ma come, non li abbiamo ascoltati?

No. Abbiamo ascoltato otto persone in una sala di tredici sedie. E ci siamo raccontati che fosse il quartiere.

La mia parte

La cosa più onesta da dire è questa: non è un errore di qualcun altro. È un comportamento che riconosco in me, e credo in chiunque faccia politica locale con un minimo di onestà verso sé stesso. Quelle riunioni le convochiamo sapendo già chi arriverà. Potremmo fare i nomi prima ancora di mandare l’avviso, e ci prenderemmo quasi sempre. Le facciamo lo stesso. Poi le registriamo come “incontri con la cittadinanza”. Usiamo quella parola, cittadinanza, come se davanti avessimo un campione del quartiere e non otto facce che conosciamo da anni.

Non è malafede. È il modo in cui funziona. Ed è anche il modo più rapido.

Per intercettare davvero chi non arriva mai ci vuole molto più lavoro. Molto più tempo. Bisogna andare nei condomini, parlare negli orari giusti, tradurre i volantini, semplificare il lessico, smettere di dire “rigenerazione” e cominciare a dire “rifacciamo il parco”. Bisogna bussare. Tornare. Ripassare. E il tempo, in politica, è la cosa che tutti nominano e che nessuno ha.

Così si fa quella più comoda. Quella con le tredici sedie. E si torna a casa dicendosi che in fondo si è fatto il possibile.

E allora

Non ho una soluzione pronta. E diffido parecchio di chi la serve in cinque punti, con l’aria di avere capito tutto.

Però una cosa la so.

La partecipazione aperta, così come la raccontiamo, non esiste. Quella che facciamo noi, convocare, aspettare, verbalizzare, è partecipazione parziale. E già chiamarla col suo nome sarebbe qualcosa. Almeno smetteremmo di raccontarci la favola.

Se ci interessa davvero che la voce del quartiere somigli al quartiere, e non alla voce dei soliti otto, bisogna invertire il movimento. Finché aspettiamo loro in sala, loro non verranno. Bisogna andare dove stanno. Al citofono. Al mercato. Alla fermata del tram alle sette del mattino. Nella sala d’attesa del consultorio. Sulla panchina davanti alla bocciofila. È lì che il quartiere parla. Nella sala delle tredici sedie, spesso, parla solo la sua parte già alfabetizzata.

Il silenzio dei non convocati non è disinteresse. È un voto. Che noi continuiamo a non contare

E adesso premo invio. Lo mando nel nostro gruppo. Lo leggeremo in otto, nelle solite tredici sedie. Buona lettura.

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2 Replies to “Il silenzio dei non convocati”

  1. Bellissima sintesi di come funziona ( o non funziona ) la democrazia a livello locale, di quanto è difficile arrivare ( posto che lo si voglia) a tutte le voci di chi abita la realtà del quartiere (qualsiasi esso sia ) . Eppure tutte le voci sarebbero importanti… Chi sa come fare alzi la mano.

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  2. non vivo nella circoscrizione 7, ma ti chiederei solo una cosa; ho letto con interesse, ma con fatica, il tuo blog: non potresti usare un fondo bianco o comunque molto chiaro e caratteri neri, magari un cicinin più grandi? grazie

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