La discussione sulla nuova via Roma ha occupato Torino per settimane. Ma mentre decidiamo se ci piace, forse dovremmo porci una domanda un po’ più scomoda: come vogliamo rendere vivibile questa città nei prossimi trent’anni?
In queste settimane abbiamo dedicato parecchio tempo a discutere di via Roma. Bella, brutta, riuscita, spoglia, elegante, troppo minerale. Discussione legittima, naturalmente. Ognuno guarda uno spazio pubblico anche con i propri gusti e, quando si interviene su uno dei luoghi simbolo di Torino, è inevitabile che succeda.
Oggi via Roma è integralmente pedonale e credo che questo, di per sé, sia un fatto positivo. Restituire spazio alle persone, rendere più piacevole camminare nel centro della città, immaginare una mobilità meno dipendente dall’automobile sono scelte che vanno nella direzione giusta.
Eppure, guardandola, continuo ad avere la sensazione che ci siamo persi una parte importante della discussione.
Perché la domanda che dovremmo porci non riguarda soltanto via Roma. Riguarda la città che stiamo costruendo mentre il clima intorno a noi cambia molto più velocemente delle nostre abitudini urbanistiche.
Torino d’estate raggiunge ormai temperature che fino a qualche anno fa consideravamo eccezionali. Le giornate vicine ai quaranta gradi non sono più qualcosa di cui stupirsi una volta ogni tanto: stanno diventando una condizione con cui dovremo imparare a convivere.
E a quel punto l’ombra, gli alberi, l’acqua, i materiali che utilizziamo e la possibilità di trovare un luogo fresco smettono di essere questioni estetiche.
Diventano infrastrutture urbane.
Il caldo, oltretutto, non colpisce tutti allo stesso modo. Chi può restare in una casa climatizzata vive un’estate molto diversa da chi lavora all’aperto, da una persona anziana che abita sola, da chi aspetta un autobus sotto il sole o da chi vive in un quartiere nel quale il verde è scarso e l’asfalto abbondante.
Per questo credo che l’adattamento climatico debba entrare stabilmente nel modo in cui Torino progetta lo spazio pubblico. Non come capitolo separato di qualche piano comunale, ma come una delle domande da fare ogni volta che si rifà una strada, una piazza, un cortile scolastico o una fermata del trasporto pubblico.
Se investiamo denaro e trasformiamo un pezzo di città che dovrà restare lì per decenni, dobbiamo chiederci anche come funzionerà quel luogo in una giornata di luglio del 2040.
Non credo servano rivoluzioni per cominciare. Ci sono almeno tre cose molto concrete che Torino potrebbe fare.
Una rete vera di rifugi climatici
Biblioteche, centri civici, edifici pubblici, spazi culturali e altri luoghi accessibili possono diventare punti nei quali trovare refrigerio durante le giornate più calde.
Ma non basta preparare un elenco.
Bisogna capire dove sono, quando sono aperti, quante persone possono accogliere e soprattutto verificare se sono distribuiti nei quartieri in cui vivono le persone più vulnerabili.
Una rete di rifugi climatici ha senso se un anziano può raggiungerne uno facilmente nel proprio quartiere, non se deve attraversare mezza città per trovarlo.
Ombra e verde devono diventare un criterio normale di progettazione
Per molti anni abbiamo considerato alberi, verde e ombreggiamento quasi come elementi di arredo urbano. Una cosa che migliora una piazza, rende più bella una strada, addolcisce il paesaggio.
Oggi hanno un’altra funzione.
Quando si ridisegna uno spazio pubblico dovremmo sapere quanta ombra offrirà nelle ore più calde, quale superficie sarà esposta direttamente al sole e quali soluzioni — permanenti oppure temporanee — possono ridurre la temperatura percepita.
Naturalmente non significa piantare un albero ovunque senza tenere conto di sottoservizi, vincoli monumentali e caratteristiche delle strade. Significa però mettere il problema sul tavolo prima, non accorgersene quando i lavori sono terminati.
E dove gli alberi non sono possibili si possono studiare altre forme di ombreggiamento, strutture leggere, verde mobile, pergolati, soluzioni stagionali. Le città europee stanno sperimentando molto. Possiamo farlo anche noi.
Una regia unica per il caldo
Il caldo urbano riguarda l’urbanistica, ma riguarda contemporaneamente la sanità, i servizi sociali, la protezione civile, i trasporti, le scuole e la gestione del verde.
Se ognuno interviene soltanto sul proprio pezzo, rischiamo di avere tante iniziative corrette che però non diventano mai una politica cittadina.
Alcune città europee hanno cominciato a costruire una regia specifica sul tema, arrivando anche a individuare figure dedicate al coordinamento delle politiche contro il caldo estremo.
Non so se Torino abbia bisogno esattamente di un “heat manager”, di un ufficio o semplicemente di una responsabilità chiaramente attribuita. Il nome mi interessa poco. Mi interessa che qualcuno abbia il compito di tenere insieme i pezzi e misurare ogni anno se la città sta diventando più o meno capace di affrontare le proprie estati.
Via Roma, quindi, per me è quasi un pretesto.
Possiamo continuare a discutere se ci piaccia o meno — e probabilmente continueremo a farlo, perché siamo torinesi e su queste cose riusciamo ad avere opinioni sorprendentemente definitive — ma sarebbe un peccato fermarci lì.
La trasformazione climatica delle città sarà una delle grandi questioni amministrative dei prossimi decenni. Non è un tema ideologico e non dovrebbe nemmeno diventare l’ennesimo terreno sul quale maggioranza e opposizione si limitano a scambiarsi accuse.
È molto più banalmente una questione di qualità della vita.
Quando penso alla Torino dei prossimi trent’anni, penso a una città nella quale si possa ancora camminare, incontrarsi, aspettare un autobus, portare un bambino in una piazza o semplicemente sedersi su una panchina anche quando arriva luglio.
Forse dovremmo cominciare a progettare quella città adesso.
Via Roma non è il problema. Il problema sono i 40 gradi.
Giorgio Giardina
