Mi hanno scritto: “Gio, diciamo qualcosa per il popolo iraniano”.

E io ho pensato: certo. Come no. Facciamo un post e si ferma la guerra. È un attimo: apro Note, scrivo “CONDANNIAMO”, metto una bandierina, due emoji tristi, e a Teheran si sente subito più fresco.

Però stavolta non riesco a far finta di niente, perché USA e Israele hanno colpito l’Iran tra fine febbraio e inizio marzo e non è la solita lite da talk show: è un salto di scala, con escalation e rischio di allargamento.

E allora sì, mi vengono i dubbi. Quelli veri. Quelli che ti fanno sembrare cinico, ma in realtà sono solo la parte di te che non vuole usare la sofferenza degli altri come deodorante morale.

Parto dal primo: agli iraniani cosa frega di una nostra dichiarazione? Probabilmente niente, nel senso letterale. Se vivi sotto un cielo che rimbomba e ti spariscono le app, i siti, la connessione, non stai aspettando la mia prosa da Torino come fosse la manna. Quindi mi sono detto: forse una dichiarazione non serve “a loro”. Serve a noi. Non per sentirci buoni, ma per fissare un punto nel caos: io, nel mio metro quadro, che cosa faccio quando il mondo esce di giri? Se la risposta è “scrivo una cosa”, ok. Ma allora ammettiamolo: stiamo parlando a noi stessi, al nostro giro, al nostro algoritmo. Non è un peccato. Il peccato è farlo passare per soccorso.

Poi c’è il dubbio più scivoloso: quante guerre ingiuste ci sono nel mondo? E qui arriva la tentazione del “se non posso abbracciare tutti, allora non abbraccio nessuno”. Solo che il mondo oggi è davvero un incendio multi-piano — centinaia di conflitti attivi, decine di migliaia di morti, numeri che non servono per fare la classifica del dolore ma per capire quanto sia facile finire paralizzati. Se aspetti di parlare “di tutto”, finisci per parlare “di niente”. E il silenzio, quasi sempre, è un lusso di chi sta bene.

A quel punto mi viene il Vaticano in testa: ci sono già gli enti che condannano la violenza, no? Sì, e fanno anche bene. Però “condannare” è un verbo economico: costa poco, è sempre disponibile, funziona su ogni conflitto senza aggiornamenti. Il problema non è sostituirsi a qualcuno. Il problema è fare il comunicato automatico in borghese. Perché il mondo è pieno di frasi giuste e povero di gesti, e intanto le persone si spostano, scappano, si spezzano — oltre centoventi milioni di sfollati forzati nel mondo, stando agli ultimi dati. Questa roba non la “condanni”. Questa roba la attraversi.

E poi c’è la domanda che mi punge davvero: quanta ipocrisia c’è a condannare da 3000 km di distanza? Tanta, se lo fai per lucidarti la coscienza. Molto meno, se lo fai per prenderti un impegno. Perché la distanza non è il problema. Il problema è la distanza senza conseguenze.

Allora ho provato a ribaltarla così: una dichiarazione ha senso solo se diventa una ricevuta. Non “noi siamo contro la guerra” — che è come dire “io sono contro le zanzare”, grazie, anche io — ma “io sto dalla parte dei civili sempre, non confondo un popolo con un governo, non uso un massacro per farmi bello, e se apro la bocca la lego a un gesto”. Un gesto piccolo, reale, verificabile. Anche solo una cosa banale e rivoluzionaria: parlarne senza tifoserie, senza trasformare ogni bomba in un pretesto per odiare qualcun altro.

Perché sì, è vero: dal mio divano non fermo nulla. Ma posso almeno evitare il trucco più comune di questi tempi, quello di trasformare il dolore degli altri in un post che mi fa sentire migliore.

Quindi se devo dire qualcosa “per il popolo iraniano”, lo dico così: non vi mando solidarietà come si manda un like. Vi mando rispetto, che è la cosa che non si consuma in un post. E se parlo lo faccio solo per legarlo a un gesto.

Il mio circuito è questo: parola, gesto, rendiconto. Altrimenti sto zitto — ma zitto davvero, non “in silenzio rumoroso”.

Loading spinner

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *