Sabotaggi, cortei, Olimpiadi: il governo Meloni ha trovato il suo nemico interno. Peccato che sia l’Italia stessa.

C’è una tecnica retorica che i governi autoritari conoscono bene: prendere un fatto grave — uno vero, uno serio — e usarlo come chiave universale per aprire tutte le serrature. Per chiudere tutte le porte.
I sabotaggi ferroviari del 7 febbraio sono un fatto grave. Tre linee colpite nel giorno dell’inaugurazione di Milano-Cortina, ordigni rudimentali, cavi tranciati, circolazione in tilt. La Procura di Bologna indaga per terrorismo. Bene: che indaghi, che trovi i responsabili, che li persegua con tutto il rigore della legge. Su questo non c’è discussione, non c’è ambiguità, non c’è “ma”.
La discussione comincia dopo. Comincia quando il ministro dell’Interno Piantedosi va in televisione e dice che tra i sabotaggi a Bologna, il corteo di Torino del 31 gennaio e la manifestazione di Milano del 7 febbraio “c’è una convergenza verso un unico obiettivo: il rovesciamento del governo Meloni”. Comincia quando alla Camera definisce ventimila persone che sfilano pacificamente uno “scudo per i criminali”. Comincia quando il capogruppo della Lega Romeo evoca le Brigate Rosse. Comincia quando Meloni in persona scrive sui social che chi manifesta contro le Olimpiadi è “nemico dell’Italia”.
Fermiamoci un secondo e guardiamo bene cosa sta succedendo.
Da una parte ci sono degli atti di sabotaggio rivendicati da un blog anarchico — atti clandestini, compiuti nell’ombra, da persone che la magistratura sta cercando. Dall’altra ci sono decine di migliaia di cittadini, sindacati, associazioni, studenti, che hanno esercitato un diritto costituzionale: quello di manifestare. In mezzo, non c’è niente. Non c’è nessun collegamento, nessuna regia unica, nessun filo rosso. C’è solo la narrazione di un governo che ha bisogno di un nemico unico perché il nemico unico giustifica la risposta unica.
E la risposta unica è il pacchetto sicurezza varato dal Consiglio dei Ministri: fermo preventivo prima dei cortei (fino a 12 ore, la Lega ne voleva 48), “scudo penale” per le forze dell’ordine, estensione del DASPO urbano, cauzione per manifestare — quest’ultima richiesta leghista che il Quirinale, con un garbo istituzionale che nasconde un allarme costituzionale, ha per ora bloccato.
Rileggiamo: cauzione per manifestare. Come allo stadio. Come se esercitare un diritto fondamentale fosse un privilegio da concedere dietro pagamento, revocabile a discrezione del Viminale.
A Torino sappiamo bene di cosa stiamo parlando. Lo sgombero di Askatasuna — dopo trent’anni di occupazione — è stato il pretesto per una escalation che non ha nulla a che fare con l’ordine pubblico e tutto a che fare con il consenso politico. Le violenze del 31 gennaio sono state commesse da gruppi identificabili, numericamente circoscritti, che la Digos ha puntualmente individuato: 24 denunciati, 3 arrestati, nomi e cognomi. Il sistema funziona. La legge funziona. I reati vengono perseguiti.
Ma al governo questo non basta. Al governo serve il calderone. Serve mettere dentro lo stesso contenitore gli anarchici che piazzano ordigni sui binari, i ragazzi che lanciano petardi al Corvetto, i sindacalisti della CGIL che organizzano assemblee, i consiglieri comunali che partecipano a un corteo autorizzato, e magari anche chi scrive un editoriale critico. Serve la parola “terrorismo” — pronunciata da Piantedosi con una disinvoltura che farebbe tremare qualsiasi democratico — perché il terrorismo è l’unica cosa che giustifica la sospensione dei diritti.
Noi a Torino queste dinamiche le abbiamo già viste. Le abbiamo viste quando la PG di Torino ha parlato di “area grigia colta e borghese” che tollererebbe le violenze — come se pensare, criticare, scendere in piazza fosse una forma di complicità. Le rivediamo oggi, amplificate e sistematizzate, con un governo che ha capito che la paura rende. Che il nemico interno è il miglior alleato elettorale.
Nel frattempo, a Mirafiori sono in cassa integrazione. L’indotto automotive chiude. La Konecta licenzia mille persone. Il Piemonte è la regione manifatturiera più in difficoltà d’Italia secondo il CNA. Lo smog supera le soglie e il Piemonte è tra le aree più critiche d’Europa. Ma di questo non si parla. Si parla di fermi preventivi e cauzioni per i cortei.
E le Olimpiadi? Quelle che il governo usa come totem dell’orgoglio nazionale, quelle che “chi le critica è nemico dell’Italia”? Sono le stesse che hanno tagliato fuori il Piemonte — che aveva gli impianti pronti — per inseguire il sogno milanese-cortinese con costi esplosi e una pista da bob costruita controvento. Ma guai a dirlo: sei un sabotatore anche tu.
La verità è che questo governo ha un problema con il dissenso. Non con la violenza — quella la gestiscono questori e magistrati, e lo fanno. Ha un problema con l’idea stessa che qualcuno possa dire “non siamo d’accordo”. E sta usando ogni strumento a disposizione — legislativo, mediatico, retorico — per restringere lo spazio in cui quel dissenso può esprimersi.
Non è più una questione di destra o sinistra. È una questione di democrazia. La democrazia non è la cerimonia di apertura a San Siro. Non è il medagliere. Non è Meloni che posta video di Fox News. La democrazia è il diritto di ventimila persone di sfilare a Torino senza essere chiamate complici del terrorismo dal proprio ministro dell’Interno.
E se questo diritto vi sembra scontato, guardate bene cosa sta succedendo. Perché scontato non lo è più.
