A Vanchiglia, dopo Askatasuna, la parola più usata non dovrebbe essere “ordine pubblico”. Dovrebbe essere “costo”. Perché una città può anche decidere che un luogo va chiuso, che una stagione finisce, che un’eccezione non può durare trent’anni. Ma la domanda adulta non è se lo fai. È come lo fai. E soprattutto: chi paga mentre lo fai.
In questi giorni il quartiere ha visto la forma più comoda della politica urbana: quella che si nota. Transenne, filtri, perimetri, controlli. Roba che comunica “intervento”. Roba che in foto funziona benissimo. E infatti il punto è proprio questo: quando una città è in difficoltà tende a scegliere la soluzione che si vede più di quella che serve.
Poi però ci sono i dettagli. Quelli che non entrano nei comunicati e non fanno carriera nelle discussioni online: portare un figlio a scuola con l’ansia addosso, attraversare il quartiere come se fossi ospite a casa tua, lavorare in un dicembre che per molti negozi vale metà dell’anno e scoprire che il quartiere “non si attraversa”. Non è retorica: è economia e routine. È la differenza tra vivere e “resistere”.
E qui arriva il punto che divide davvero, perché è difficile da accettare per chiunque abbia una bandiera in tasca:
Torino, quando esplode un conflitto, non lo gestisce: lo distribuisce.
Lo distribuisce sui residenti normali, sui commercianti, sulle famiglie. Gente che non ha megafoni, non ha uffici stampa, non ha sponsor politici. Gente che semplicemente voleva fare la cosa più sovversiva di tutte: una giornata normale.
C’è anche un paradosso che il quartiere ha capito prima di chi lo racconta: puoi presidiare un isolato e avere comunque vetrine rotte, furti, spaccate. Non perché “il presidio non serve a nulla”, ma perché la microcriminalità non si cura con la scenografia. Si cura con presenza intelligente, prevenzione, luce, rapidità di intervento, lavoro sociale, indagini. La sicurezza vera è una cosa che spesso non si vede. Ma si sente.
E allora la questione non è “Askatasuna sì o no”. È più scomoda:
dopo lo sgombero, che cosa metti al posto?
Perché lo sgombero è un atto. Il dopo è una politica. E se il dopo è vuoto, il vuoto diventa un generatore automatico di conflitto: rancore, nostalgia, propaganda, degrado. È lì che la città perde: quando pensa di aver chiuso una storia e invece ha solo aperto una ferita diversa, nello stesso punto.
A Vanchiglia oggi convivono due tifoserie che si alimentano a vicenda:
- chi dice “finalmente” e confonde la fine di un simbolo con la fine dei problemi;
- chi dice “militarizzazione” e confonde la critica alle modalità con l’idea che le regole siano un optional.
Il quartiere però non è una curva. È un posto dove si vive. E se vuoi davvero uscire dal teatrino, servono tre cose molto concrete, molto noiose, molto efficaci:
- proporzionalità: la gestione non può trasformare il quotidiano in eccezione;
- riparazione: se hai bloccato un pezzo di città nel periodo più delicato, devi riconoscerlo e intervenire;
- progetto immediato: non “un giorno faremo”, ma tempi, funzioni, governance, regole chiare e misurabili.
Perché se la città non costruisce un dopo credibile, Vanchiglia non tornerà “normale”. Tornerà solo abituata. E una città che si abitua a far pagare sempre agli stessi non sta facendo sicurezza: sta facendo selezione. Sta scegliendo chi può permettersi il conflitto e chi no.
Il potere ama i perimetri, sono facili da disegnare. Ma una città non si governa a transenne si governa con scelte che reggono anche quando le telecamere se ne vanno.
