
Sabato 31 gennaio 2026 ero in piazza con una piccola delegazione dell’associazione che presiedo. E lo rivendico senza esitazioni. Perché quando una città entra in un clima da “ordine pubblico permanente”, qualcuno deve essere lì a guardare, capire, testimoniare. Non per tifare, non per coprire nessuno, ma perché questo è quello che facciamo come amministratori di prossimità: stare nei luoghi dove si manifesta il conflitto sociale, non per alimentarlo ma per comprenderlo e provare a mediarlo. Non eravamo lì per rispondere alla chiamata di Askatasuna, ma per esercitare quella funzione di testimonianza civica che è propria di chi fa politica dal basso, nei territori, nei quartieri.
Ho lasciato il corteo quindici minuti prima dei primi scontri. Non per prescienza, ma perché ho percepito che la tensione stava degenerando verso qualcosa di diverso da quello per cui eravamo lì. E non ero il solo: molti manifestanti hanno fatto la stessa scelta in quel momento. Questo dettaglio, apparentemente marginale, racconta qualcosa di importante che rischia di perdersi nella narrazione di questi giorni.
Quello che è successo dopo è inaccettabile. Senza ambiguità, senza distinguo: chi usa bombe carta, molotov, spranghe e logiche da guerriglia urbana non sta facendo dissenso. Sta facendo violenza. E la violenza non difende nessuna causa: la brucia. La scena del poliziotto colpito a martellate cancella in un attimo le migliori intenzioni di migliaia di persone arrivate a Torino per dire no alla repressione e sì agli spazi liberi e sociali. Cancella ore di manifestazione pacifica, cancella le ragioni legittime che avevano portato in piazza quella maggioranza silenziosa che ora nessuno vede più.
Perché è questo il punto che non possiamo permetterci di perdere: la stragrande maggioranza delle persone presenti non aveva nulla a che fare con quegli episodi. Migliaia di cittadini erano lì per ragioni legittime, per difendere gli spazi sociali, per opporsi a politiche sempre più repressive, per manifestare solidarietà alla Palestina, per chiedere che Torino non diventi una città dove il dissenso viene trattato come un crimine. La nostra presenza non può essere raccontata con la scorciatoia del “stavate con loro”. No. Questa equivalenza non la accettiamo. Eravamo lì come testimoni di quello che stava accadendo alla nostra città, non come sostenitori di una parte o dell’altra.
Ma dobbiamo anche essere onesti fino in fondo: quei violenti hanno regalato al governo esattamente quello che serviva. Meloni è arrivata a Torino la mattina dopo, ha chiesto ai magistrati di procedere per tentato omicidio, la macchina repressiva si è messa in moto a pieno regime. Ogni molotov è diventata la giustificazione per un altro giro di vite, per un altro pezzo di libertà sottratto a tutti. Decreto Salvini, daspo urbani, restrizioni sempre più stringenti al diritto di manifestare: questo governo sembra sempre più interessato a restringere i margini del legittimo dissenso. E questo non è un effetto collaterale della violenza: è l’effetto principale, quello che conta davvero nella strategia di chi governa oggi questo paese.
Vanchiglia non è solo un quartiere di Torino. È diventato un simbolo di qualcosa di molto più grande. Un quartiere vivo, attraversato da relazioni sociali e culturali, che aveva visto nascere uno dei tentativi più coraggiosi e innovativi di questi anni: il patto di collaborazione per trasformare Askatasuna in bene comune. Non era solo una soluzione giuridica a un’occupazione, era una via italiana, torinese, alla gestione del conflitto tra legalità formale e funzione sociale. Era il tentativo di riconoscere che quegli spazi erano diventati ossigeno per tante persone: attività per bambini, progetti culturali, servizi alle fragilità. Erano quello che i centri sociali possono essere nel migliore dei casi: luoghi dove si costruisce comunità, dove si protegge chi la società tende a escludere.
Quel patto è stato revocato. Ma qui sta il paradosso terribile: chi ha lanciato quelle molotov ha distrutto esattamente quello che diceva di voler difendere. Ha regalato le armi a chi voleva chiudere quegli spazi. Ha tradito tutte le persone che in quegli spazi lavorano quotidianamente, che costruiscono servizi, che tessono relazioni, che offrono opportunità.
Torino oggi è l’epicentro di dinamiche che riguardano l’Italia intera. Questa città ha vissuto sulla propria pelle il collasso del sistema industriale italiano, la fine di un modello economico e sociale senza che ne emergesse uno nuovo capace di dare risposte. Dove prima c’erano fabbriche e ammortizzatori sociali che attutivano le crisi, oggi c’è la chiusura secca, senza mediazione. E con quella scomparsa se ne va anche una cultura del conflitto, quella tradizione socialista e operaia che sapeva come costruire lotte, come mediare, come ottenere vittorie anche parziali.
Ma Torino è anche una città che ha sempre saputo essere altro: capitale della carità e della solidarietà sociale, come ci ricorda il suo arcivescovo. Una città che ha sempre saputo chinarsi per curare le ferite prima di punire, che ha costruito dal basso risposte ai bisogni, che ha inventato forme di welfare comunitario. Questa è la Torino che dobbiamo difendere, non quella massa indistinta che invoca solo ordine perché ha perso ogni speranza di stare meglio.
E qui dobbiamo avere il coraggio di nominare una frattura che sabato è emersa in tutta la sua evidenza. Ci sono due modi radicalmente diversi di intendere il conflitto sociale che oggi non riescono più a convivere. Da una parte c’è l’approccio di chi cerca di far convergere resistenze diverse in un fronte comune, di costruire gradualmente forza, di mantenere la tensione ma guardando a una possibile vittoria, a una ricomposizione che può cambiare davvero i rapporti di forza. Dall’altra c’è una forma di protesta che è essenzialmente testimonianza, urlo di rabbia, intifada urbana senza processo di crescita né orizzonte strategico. Non è mera provocazione, affonda radici in decenni di storia dei movimenti, nelle esperienze del guevarismo e della guerriglia urbana. Ma in questo momento storico, dove la posta in gioco è mantenere aperti spazi di dissenso democratico, quella scelta regala all’avversario tutto quello che gli serve per chiudere quegli spazi.
Quello che è emerso sabato è che queste due culture del conflitto non solo sono diverse, ma sono diventate incompatibili. E questo è un problema serio, perché significa che un movimento che sembrava finalmente capace di ricomporre soggettività diverse – dai giovani per la Palestina alle generazioni storiche dei centri sociali, dai precari agli studenti – rischia di implodere proprio quando potrebbe fare la differenza.
Dobbiamo anche chiederci da dove nasce questa violenza, soprattutto quando vediamo così tanti giovani, così tanti minorenni coinvolti. C’è una rabbia che esplode quando mancano opportunità, quando i contesti sociali impoveriti creano gabbie materiali e mentali. Viviamo in una società che si preoccupa dei giovani ma che poi non se ne occupa davvero, che non offre loro spazi e riferimenti. Questa non è una giustificazione della violenza, è un’analisi della realtà. Chi commette reati deve rispondere. Ma se non vogliamo che questi episodi si ripetano all’infinito, dobbiamo fare qualcosa di più che invocare ordine.
Nel frattempo, il quadro generale si deteriora. Torino è anche epicentro di altre derive: la procura generale ha dovuto denunciare che sempre più imprese, anche multinazionali, ricorrono alle cosche mafiose per appaltare servizi di logistica, security, smaltimento rifiuti. Non sono più i poveri imprenditori taglieggiati: sono le imprese che chiedono aiuto alla mafia per pagare meno la gente. Il sistema informativo ed editoriale simboleggiato da La Stampa è al collasso, e con lui se ne va un pezzo di capacità di lettura critica della realtà. In questo quadro di declino generale, la tentazione di trasformare tutto in questione di ordine pubblico diventa fortissima.
Ma è proprio in questo contesto che il movimento trasversale nato dalla mobilitazione per la Palestina aveva rappresentato qualcosa di nuovo. Aveva squarciato l’atmosfera asfittica, aveva risvegliato disponibilità all’opposizione che sembravano sopite, aveva incrinato la compattezza di chi invoca l’ordine, aveva rilanciato le occupazioni universitarie, aveva riacceso l’interesse per la condizione operaia e il precariato. Sembrava venire a galla quella ricomposizione spontanea di resistenze in un unico fronte capace di cambiare le carte in tavola. Tutto questo rischia di infrangersi sugli scontri del 31 gennaio.
Il movimento che difende Askatasuna e gli spazi sociali si trova oggi a un bivio. Se non saprà prendere chiaramente le distanze dai violenti, perderà la possibilità di costruire mediazioni, perderà la battaglia per il riconoscimento di quei luoghi come beni comuni, perderà tutto quello per cui dice di lottare. Chi lavora quotidianamente in quegli spazi, chi offre servizi, chi costruisce cultura e aggregazione, ha il dovere di dire ad alta voce: noi non siamo quelli delle molotov, noi siamo quelli che costruiscono comunità. Perché se lo spezzone popolare di Vanchiglia non saprà impedire che i violenti prendano il sopravvento, perderà la possibilità di costruire quelle mediazioni generative che potrebbero davvero salvare quegli spazi.
La linea che rivendico è netta: solidarietà piena a chi è rimasto ferito, condanna totale dei violenti, ma anche difesa ostinata del diritto di manifestare e degli spazi sociali come luoghi di democrazia dal basso. Rifiuto dell’uso politico della paura per restringere libertà e diritti. Sostegno al lavoro di mediazione del Comune di Torino, nella linea espressa dal Sindaco Lo Russo. Quella maggioranza che sabato ha scelto di non farsi travolgere va protetta, non schiacciata in un “tutti colpevoli”. Va riconosciuta, valorizzata, sostenuta.
Tutto questo si tiene dentro una cornice valoriale precisa: l’antifascismo come igiene democratica. Non come slogan, ma come pratica quotidiana di difesa degli spazi di libertà, di rifiuto della violenza come metodo, di costruzione di comunità inclusive, di opposizione a ogni forma di autoritarismo. L’antifascismo vero sa distinguere tra chi manifesta legittimamente il proprio dissenso e chi usa la violenza. Sa che la democrazia si difende anche quando è faticoso, anche quando bisogna prendere posizioni scomode.
Continueremo a stare dove serve: nei quartieri, nei consigli di quartiere, nelle assemblee pubbliche, nelle piazze quando c’è da difendere diritti e dignità. Con lucidità, senza eroismi, senza bandiere comode. Perché se lasciamo la città solo ai violenti e a chi li usa come scusa, il conto lo paghiamo tutti. La protesta continuerà, deve continuare, perché questo paese sta scivolando verso una crisi che questo governo non è in grado di affrontare. Le forze dell’alta finanza sovrastano qualsiasi capacità di intervento, e il governo Meloni può solo partorire decreti sicurezza. Ma la protesta continuerà con metodi e forme che non regalino all’avversario le armi per schiacciarci.
Il patto per Askatasuna era un tentativo torinese di trasformare il conflitto in risorsa, l’occupazione in bene comune, la marginalità in cittadinanza attiva. Quel tentativo non deve morire. Va rilanciato, proprio ora che sembra più difficile. Torino ha dimostrato in questi mesi di saper essere all’altezza della sua storia: una storia di conflitto sociale ma anche di mediazione, di lotte dure ma anche di capacità di trovare soluzioni innovative. È questa la Torino che vogliamo. È per questa Torino che eravamo in piazza sabato 31 gennaio.
Giorgio Giardina
