Dopo una breve felicità, è tornato a vivere.
Non lo scrissero subito. Prima ci fu la trafila: il modulo A38/Resurrezioni, la marca da bollo digitale, la pec che rimbalzava con oggetto “RE: RE: URGENTE” e nessuno che rispondeva. Poi un’impiegata gentile, di quelle rare, gli disse: “Guardi, signore, qui risulta ancora deceduto. Però vedo che ha fatto richiesta di rientro. Serve un evento scatenante.”
“Un evento scatenante?”
“Una breve felicità. Anche piccola. Non ci serve una luna piena. Una roba minima. Però deve essere reale.”
Lui ci pensò. Si guardò le mani: erano le stesse di prima, solo senza fretta. Il polso non era più una sirena.
“Ne ho avuta una.”
L’impiegata alzò un sopracciglio. “Quando?”
“Stamattina. In cucina. Il caffè è venuto giusto. E per due secondi non ho odiato nulla. Neanche me.”
Lei annuì, come se quello fosse il criterio più serio del mondo.
Gli fecero firmare un foglio che sembrava scritto da Kafka dopo una cena pesante: DICHIARAZIONE SOSTITUTIVA DI BREVE FELICITÀ. Con la clausola in piccolo: La felicità dichiarata non deve superare i sette minuti, pena l’obbligo di segnalazione all’Agenzia delle Aspettative.
“E gli altri?” disse mentre firmava. “Quelli che non riescono?”
L’impiegata fece un gesto strano, metà scusa e metà abitudine. “Molti restano dove sono. Alcuni si arrangiano. Ci sono felicità clandestine, signore. Piccole cose. Ma non lo dica in giro.”
Gli diedero un numero. Come dal salumiere, solo che qui invece del prosciutto ti ridavano la possibilità di alzarti dal letto senza sentirti in colpa.
Quando arrivò il suo turno, lo chiamò una voce metallica: “DECEDUTO 74, SPORTELLO TRE.”
Dietro il vetro c’era un uomo pallido, con la faccia di chi ha passato la vita a timbrare esistenze senza mai aprirne una. Teneva una graffetta come se fosse un’arma.
“Allora. Lei vorrebbe tornare a vivere.”
“Non è che vorrei. È che è successo.”
“È successo cosa?”
Gli uscì da solo, come un colpo di tosse. “Dopo una breve felicità.”
Il funzionario si irrigidì. Guardò a destra e a sinistra, come se quella parola potesse far scattare un allarme. Poi tirò fuori un fascicolo enorme e lo sfogliò.
“Qui dice che lei è morto dopo una breve malattia.”
“Lo so.”
“E adesso mi dice che è tornato a vivere dopo una breve felicità.” Si fermò. “È consapevole che è un precedente?”
“Mi dispiace.” Era sincero. Non per colpa: per educazione. Quando hai passato anni a chiedere permesso anche per respirare, ti viene naturale scusarti per un miracolo.
Il funzionario sospirò, come se fosse stanco anche di Dio. Poi prese il timbro.
“Guardi, io non sono contrario a prescindere. Però deve capire: la felicità qui crea problemi. Perché poi la gente chiede. E quando la gente chiede, noi dobbiamo rispondere. A quel punto il precedente è bello che fatto.”
Lui annuì. Conosceva quella catena. Aveva abitato a lungo in quel tipo di città interiore: un posto dove ogni emozione, prima di essere un’emozione, doveva passare in commissione.
“Ha testimoni?”
“Testimoni della felicità?”
“Sì.”
Ci pensò. E per la prima volta non si sentì ridicolo.
“Sì. Mia figlia. Mi ha detto una cosa stupidissima. E io ho riso davvero.”
“Età della minore?”
“Undici”
Il funzionario scrisse. Poi si bloccò.
“E lei… com’era, quel riso?”
Non era una domanda da sportello. Era una domanda da umano, scappata tra due timbri.
“Era come quando ti togli una scarpa troppo stretta e ti sembra di tornare libero, anche se hai ancora l’altra addosso.”
Il funzionario restò lì, con la penna sospesa. Poi fece una cosa incredibile: sorrise appena, ma abbastanza da tradirsi.
“Capisco.” E timbrò.
Il colpo del timbro non suonò come una condanna. Suonò come un via libera. Un rumore secco, amministrativo, con dentro una fessura. Come se persino il sistema, per un attimo, avesse ceduto.
Sul foglio apparve una dicitura nuova:
ESITO: RIPRISTINO TEMPORANEO VITA.
MOTIVO: BREVE FELICITÀ.
NOTE: SI INVITA IL SOGGETTO A NON ESAGERARE.
Uscì in strada con quel foglio piegato in tasca, come una ricetta. Era tutto uguale: auto, semafori, gente che correva per non perdere niente. Ma lui notò una cosa che non vedeva da tempo: il cielo c’era anche quando lui guardava da un’altra parte.
Camminò fino a casa. Aprì la porta. Il corridoio aveva l’odore di sempre: detersivo e vita idi corsa. In cucina, la tazzina di stamattina era ancora nel lavello. La guardò come si guarda un oggetto semplice che, per ragioni incomprensibili, ti ha salvato.
Si sedette.
E proprio in quel momento arrivò una notifica sul telefono. Un messaggio senza mittente, come un promemoria dell’universo:
Gentile utente, la sua felicità è stata registrata correttamente. La invitiamo a ripetere l’operazione quando possibile. Grazie per la collaborazione.
Lui rise di nuovo. Piano. Quasi per contagio
Poi alzò lo sguardo verso la finestra, come se dall’altra parte ci fosse qualcuno che finalmente smetteva di misurarlo.
“Va bene. Ricomincio.”
