
C’è una leggenda metropolitana che circola da sempre. Nei corridoi, nelle riunioni, negli uffici. Dice più o meno così: se esiste un problema e nessuno lo affronta per tre giorni, al quarto giorno il problema probabilmente si sarà risolto da solo. Non sempre, eh. Ma abbastanza spesso da sembrare quasi una strategia.
È una regola non scritta, una superstizione pratica. Attendi. Osservi. Non intervieni. Magari la situazione cambia. Magari si ridimensiona. Magari chi protesta si stanca e si arrende. E in effetti a volte funziona davvero.
Il punto è che questa leggenda – che nella vita privata ogni tanto può anche avere senso – smette di far sorridere quando diventa metodo di lavoro della pubblica amministrazione. E a Torino questa regola la conosciamo bene. La pratichiamo con una certa eleganza. A volte senza nemmeno accorgercene, e questo è ancora peggio.
Il primo trucco è il ricambio delle persone. Succede così: un problema emerge, qualcuno lo solleva, qualcuno si espone pubblicamente. Giorno uno: tensione. Giorno due: fastidio. Giorno tre: silenzio. Giorno quattro: il problema è ancora lì, identico, ma le persone coinvolte non sono più le stesse. Chi segnalava ha cambiato lavoro. O quartiere. O ha smesso di rompersi i coglioni. Chi subiva ha trovato una soluzione personale, tipo cambiare strada o rinunciare. Il problema non è stato risolto. È stato semplicemente ereditato da nessuno. E allora chi se ne occupa più?
Poi c’è una trasformazione più raffinata ed elegante. Il problema che diventa processo. Quando qualcosa non si risolve non sparisce, eh. Cambia nome. Diventa “percorso”. Diventa “fase di ascolto”. Diventa “sperimentazione”. Entra in una zona grigia dove non è più urgente ma nemmeno chiuso. È lì. Galleggia. Ed è lì che la partecipazione diventa una coperta molto comoda: abbastanza larga da contenere tutti, abbastanza spessa da attutire il conflitto. Ne ho scritto meglio in un altro pezzo, quello su partecipazione e conflitto, che qui non ripeto ma che secondo me vale la pena rileggere se hai tempo.
👉 (link all’articolo “Abbiamo paura del conflitto. E la chiamiamo partecipazione”)
Nel frattempo entra in gioco il rumore di fondo. Al quarto giorno il problema non è sparito. È stato coperto. Da un altro tema. Un’altra emergenza. Un’altra polemica più rumorosa. Funziona sempre così, a prescindere dal colore politico. Non si spegne il suono. Si alza il volume di qualcos’altro fino a quando il problema originale diventa inudibile.
E qui ammetto una colpa personale perché anch’io ci sono cascato. Una volta mi sono ritrovato coinvolto in una vicenda surreale. Segnalazione formale su un servizio che non funzionava come doveva. Riunione convocata. Documenti preparati. Arrivo puntuale. Dopo dieci minuti – dieci, eh, non di più – scopriamo che il servizio era stato “temporaneamente sospeso per riorganizzazione” due settimane prima. Nessuno lo sapeva davvero. Cioè lo sapevano in tre ma nessuno aveva pensato di dirlo a chi si era fatto un mazzo così per preparare materiali e analisi. Il problema era stato risolto togliendo l’oggetto del problema. Fine della discussione. Caffè offerto. Tutti a casa con la sensazione di aver lavorato molto e in realtà non aver combinato un cazzo.
Altro episodio ancora più istruttivo. Commercio di prossimità, tema caldo in quel periodo. Incontro con operatori, toni accesi. Io prendo appunti serio serio. Al terzo intervento qualcuno dice – e giuro che è andata così – “Sì, però questo è un problema strutturale”. Detto così. Con quella calma. In un attimo ho capito che avevamo superato il terzo giorno. Strutturale significa: vero, ma non oggi. Forse domani. O forse mai. Ma oggi no.
In tutto questo il linguaggio fa la sua parte. Anzi fa moltissimo. Parole come “complessità”, “contesto”, “equilibrio”, “necessità di approfondire”. Sono strumenti utili quando servono davvero a capire meglio una situazione. Diventano anestetici quando servono solo a rallentare. E a volte – non sempre ma spesso – ho l’impressione che il problema non venga gestito. Viene sedato. Come quando dai la tachipirina per abbassare la febbre senza capire da dove viene l’infezione.
Il punto non è demonizzare l’attesa. Esiste un tempo tecnico che serve davvero. Serve per evitare decisioni sbagliate, per non fare danni peggiori del problema stesso. Questo lo capisco e lo rispetto. Ma poi c’è il tempo politico. E quello spesso è solo una copertura elegante. È quel tempo in cui si aspetta non perché non si sappia cosa fare ma perché farlo avrebbe un costo. Politico, elettorale, di consenso. E allora meglio aspettare che qualcun altro si prenda la responsabilità. O che semplicemente il problema si sgonfi da solo.
E allora torniamo alla regola dei tre giorni. Funziona? Sì, funziona. Ma non perché i problemi si risolvano davvero. Funziona perché le persone si adattano. Cambiano strada. Cambiano abitudini. Abbassano le aspettative. I circuiti umani fanno quello che sanno fare meglio: si riconfigurano attorno all’ostacolo invece di rimuoverlo.
Il problema – e questo è il punto centrale secondo me – è che così non si governa il cambiamento. Lo si subisce sperando che faccia meno rumore possibile. Torino è una città intelligente. Ironica. Abituata ad arrangiarsi. Ma proprio per questo meriterebbe un’amministrazione che distingua meglio tra il tempo che serve a decidere e il tempo che serve solo a non decidere. Perché non è la stessa cosa, anche se a volte sembra uguale.
Va bene sorridere. Va bene aspettare quando serve. Ma ogni tanto, prima del quarto giorno, qualcuno dovrebbe anche assumersi la responsabilità di dire: adesso basta, tocca a noi, decidiamo.
E poi c’è l’eccezione che rovina la regola. Perché sì, di solito il terzo giorno si aspetta, si “monitorano” le cose, si prende tempo. Però ogni tanto – proprio il terzo giorno – succede un miracolo. A volte anche solo amministrativo. Qualcosa che era fermo da mesi riparte all’improvviso. Come per magia.
Non capita spesso. Ed è proprio questo il punto. Non è pianificazione. È scatto improvviso. Non è metodo. È paura di perdere il controllo della scena. Arriva quando il problema smette di essere un file Excel in una cartella condivisa e diventa una cosa visibile. Persone davanti a una porta. Un quartiere che si accende. Un titolo che gira troppo sui giornali. Una foto che buca sui social. E allora sì che si muovono tutti. Ma non perché abbiano capito il problema. Perché hanno paura della visibilità del problema. Che non è esattamente la stessa cosa.
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