Lavoro su due monitor come altri lavorano su due polmoni: uno mi serve per respirare, l’altro per lamentarmi che respiro male. Sono collegati allo stesso Mac, stessa workstation musicale, stessa routine: apri progetto, sistema una cosa, ascolta, ricontrolla, “solo un’ultima take”, poi è già sera e hai mangiato tre fette biscottate in piedi senza accorgertene.

Due schermi: a sinistra il caos organizzato (tracce, editor, finestre che si aprono come parenti a Natale), a destra la parte seria (meter, plugin, precisione chirurgica, la mia faccia concentrata che finge di sapere cosa sta facendo). Tutto funziona. Tutto scorre. Tutto, per giorni, settimane, mesi, come se la tecnologia avesse firmato un patto di non belligeranza.
Finché un giorno succede la cosa più assurda del mondo: non un crash, non un update assassino, non una licenza che scade perché hai dimenticato di pagarla. No. Vibrazioni sonore. La musica stessa. Le casse che spingono aria come se dovessero convincere qualcuno. E i due monitor, lentamente, con la stessa eleganza di due amici dopo un litigio, si distanziano di mezzo centimetro.
Mezzo centimetro. Un niente cosmico. Un’inezia geologica. Un dettaglio che però in studio è sempre la differenza tra “lavoro” e “teatro dell’assurdo”.
Io non ci faccio caso. Perché sono nel flusso. Sono dentro il pezzo. Sto facendo quel gesto che fai mille volte al giorno senza pensarci: prendi il mouse e passi dal monitor di sinistra a quello di destra, come attraversare il corridoio di casa tua.
Ed ecco: a un certo punto, in mezzo… la freccia cade.
Cade. Per terra.
Capito? Non “esce dallo schermo”. Proprio cade. Come se avesse guardato giù, visto il vuoto tra i due monitor e pensato: “Sai che c’è? Io scendo.”
La cerco. La rincorro come un padre che ha perso il figlio al supermercato. Muovo il mouse come un rabdomante impazzito. Su, giù, a destra, a sinistra, diagonale, cerchio, persino una specie di danza tribale col polso. Niente. L’indicatore non torna. È sparito nel mezzo centimetro, nell’intercapedine cosmica tra i due display. Un limbo digitale dove vanno a finire anche i calzini della lavatrice, probabilmente.
Provo tutto: riavvio, scollego, ricollego, bestemmio in ordine alfabetico, cambierò vita, no aspetta forse no, magari è un segno, magari è solo un bug del cazzo. Niente. La freccia è a terra e sembra pure risentita.
E in quel momento capisco una cosa importante: puoi avere plugin da migliaia di euro, una workstation pronta a spaccare i muri del condominio, due monitor “professionali” pagati quanto un affitto, la giornata tutta dedicata a produrre e rifinire… ma basta mezzo centimetro per trasformarti in un uomo che fissa il vuoto e si chiede dove cazzo sia finito il proprio cursore.
La cosa che mi ha lasciato davvero di sasso?
Non è che si sia rotto qualcosa. È che, per un attimo, il sistema ha avuto un sussulto di verità: mi ha ricordato che io, in fondo, sono solo un essere umano che passa la vita a inseguire una freccia.
E quel giorno la freccia ha deciso di prendersi una pausa.
Una volta spento il Mac, prendo la freccia e la metto in tasca. La porto a dormire con me. Avrà bisogno di riposo, poverina. Domani si ricomincia.

semplicemente, FANTASTICA.