Alle 14:30 la città fa quella cosa che le riesce benissimo: si divide in tre per diventare una sola.

Futuro prossimo, praticamente presente.

Da Palazzo Nuovo scendono i corpi che sanno di aula e di sigaretta spenta a metà. Gente che parla di libertà come se fosse una cosa che si tocca, tipo un portone che non vuoi vedere sigillato con le lastre. Da Porta Nuova salgono e scendono altri: chi arriva da fuori, chi ci vive e ha scelto una parte, chi almeno si è scelto una domanda. Da Porta Susa l’effetto è diverso: più logistico, più “nazionale”. Non è solo un corteo: è un incrocio di traiettorie, come quando un circuito riceve tensione da più punti e deve decidere se reggerla o saltare.

Le convocazioni antagoniste la raccontano così: tre concentramenti, confluenza in Piazza Castello, poi un fiume solo. E da lì il percorso lungo: viale Primo Maggio, corso San Maurizio, rondò Rivella, corso Regina Margherita, poi giù verso via Rossini, lungo Dora Firenze, fino a corso Regio Parco.

La parola “fiume” qui non è retorica: è il modo per dire che non li fermi con una dichiarazione. Dentro ci sono gli slogan netti, quelli da striscione: Askatasuna vuol dire libertà, Torino è partigiana, contro governo, guerra e attacco agli spazi sociali. Una piattaforma che allarga il discorso: non è solo “uno stabile”, è l’idea che gli spazi non siano arredamento urbano ma pezzi di vita in comune.

Dall’altra parte, la versione ufficiale parla una lingua diversa, stesso oggetto: ordine pubblico. Stesso scenario, mappe diverse. In Prefettura non dicono “fiumi”, dicono profili di rischio, necessità di isolare eventuali frange violente, carattere pacifico da garantire.

E non è una sfumatura: è il cuore della giornata. Perché sotto traccia — e stavolta neanche troppo sotto — c’è una cosa che sentono tutti, anche quelli che non scenderanno: c’è una grande paura di disordini. Paura vera, da riunioni e telefonate, da transenne preparate in anticipo, da città che si ricorda com’è quando la tensione supera la soglia e il racconto diventa cronaca nera.

Si parla anche di possibili prescrizioni o rimodulazioni del percorso. Tradotto: potrebbero cambiare strada, perché Torino non è un tabellone e le persone non sono pedine, ma quando le persone diventano migliaia la città si trasforma in un sistema di emergenza.

Nel mezzo ci sei tu. E ci sono mille “tu”. Quelli che saranno lì dentro. Quelli che staranno alla finestra. Quelli che avranno un appuntamento e si ritroveranno il tram deviato. Quelli che arriveranno in pullman da lontano, perché la parola “nazionale” non è un vezzo: è gente che si muove davvero.

Ed è qui che diventa proprio “Circuiti Umani”: la stessa scena alimentata da due correnti che non si fidano l’una dell’altra.

  • La corrente antagonista vuole fare massa, dimostrare che uno sgombero non è la fine ma un inizio forzato.
  • La corrente istituzionale vuole evitare il cortocircuito, impedire che una piazza diventi un bollettino e che Torino finisca nel vocabolario della cronaca: scontri, vetri, sirene, denunce.

E in mezzo, come sempre, ci sono i dettagli minimi che decidono tutto: una bottiglia lanciata o raccolta, una carica o una mediazione, un gruppo che cerca lo scontro o un gruppo che lo isola. La differenza tra “è andata” e “è degenerata” è spesso questione di minuti e di nervi tesi.

Perché ammettiamolo: nessuno vuole davvero il casino. Ma molti vogliono che qualcosa cambi. E quando quel qualcosa non cambia da anni, la piazza diventa una scorciatoia emotiva: ti fa sentire vivo, ti fa sentire parte di qualcosa, ti fa sentire meno solo.

E poi, la cosa più normale del mondo: finisce

Non finisce la storia, finisce il corteo. E quando finisce, Torino resta lì come dopo un temporale: marciapiedi umidi, cartelli storti, gente che si sfila i guanti con i denti perché le dita sono congelate. Qualcuno ride troppo forte, qualcuno ha la voce rotta, qualcuno ha gli occhi asciutti ma la testa piena.

Le strade riaprono a scatti. Il traffico riparte come un animale irritato. Le chat esplodono di video: ognuno con la sua versione, ognuno con il suo “hai visto?”. E chi non c’era lo capisce lo stesso: la città si misura anche così, nei pomeriggi in cui il rischio di disordine fa più paura della pioggia.

E poi arriva la sera. Quella senza slogan. Quella in cui devi comunque portare giù il cane, scaldare qualcosa da mangiare, rispondere a un messaggio, preparare la domenica. Torino torna al suo mestiere: vivere.

E nel silenzio che resta, la domanda non è “chi ha avuto ragione”.

La domanda è: quanta corrente deve passare ancora prima che qualcuno decida di riparare i contatti, invece di aspettare che saltino i fusibili?

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