Le grandi città, fino a poco fa, reggevano un equilibrio fragile. Pieno di contraddizioni, certo. Ma era un equilibrio: conflitto e governo del conflitto, legalità e realtà sociale, regole e poi le pezze messe ogni giorno da Comuni, servizi, associazioni, quartieri, gente normale. Non funzionava sempre, ma reggeva.
Poi qualcosa si è rotto.
Le occupazioni abitative smettono di essere trattate come emergenza sociale. Diventano questione di polizia. Sgomberi all’alba, interventi rapidi, quasi nessuna fase di presa in carico. In diversi contesti il messaggio è brutale: il problema non è “dove vanno le persone”, il problema è “liberare l’immobile”. Chi sta in mezzo, di solito, sono i Comuni: chiamati dopo, a gestire i cocci.
Nel frattempo si indurisce il quadro nazionale su proteste, blocchi, occupazioni, “disturbo”. Non entro nella disputa giuridica, ma l’effetto politico c’è: quello che prima veniva gestito con negoziazione, ora tende a essere gestito con sanzione e reparti.
Poi si apre la stagione delle piazze legate a Gaza. In più città si vedono cariche, fermi, identificazioni, tensioni attorno a presìdi e iniziative. E guardate, non sto dicendo che “prima era tutto morbido” o che non ci fossero eccessi da entrambi i lati. Dico che il confine si sposta: ciò che è conflitto politico viene spinto più facilmente dentro l’ordine pubblico.
Nel frattempo, sotto traccia ma ovunque, cresce la guerra al “fuori posto”: senza tetto, materassi per strada, accampamenti, stazioni, sottopassi. Interventi che spostano le persone da un punto all’altro. Una rimozione che sembra risolvere finché non ti giri, e sono di nuovo lì, magari più incazzate e più fragili. Anche qui, spesso, con il Comune a prendersi colpe e cercare soluzioni.
Poi arrivano i colpi simbolici. Milano chiude la storia del Leoncavallo. E questo non è uno sgombero come gli altri: è la fine di un modo di convivere con certe forme di città, anche quando danno fastidio. Un taglio netto, dopo decenni.
E nel 2025?
A Milano, a Baggio, operazioni sulle case popolari Aler: sgomberi, utenze staccate, famiglie nel freddo, polemiche durissime, Comune messo all’angolo o direttamente scavalcato. Poco dopo, zona Tibaldi: interventi contro i senza dimora nei pressi della stazione, con la solita logica del “via da qui”, senza una soluzione che regga più di una notte.
A Torino esplode la vicenda dell’imam Mohamed Shahin. Un decreto di espulsione, un passaggio in CPR, una città spaccata tra chi applaude e chi si chiede come sia possibile colpire con quella forza una persona incensurata e inserita nel dialogo cittadino. Poi arriva la decisione della Corte d’Appello: liberazione e permesso provvisorio, perché non emergono elementi concreti di pericolosità tali da reggere quella misura. Ma intanto il segnale è già passato: certe parole, in certe fasi, diventano automaticamente “sicurezza”.
Poi i questori migrano ma a Torino in periferia capita!
E poi Torino, 18 dicembre 2025: Askatasuna. Strade chiuse, scuole chiuse, presenza massiccia, perquisizioni, sequestro dello stabile. L’inchiesta è legata agli assalti dei mesi precedenti durante manifestazioni pro-Palestina, e su questo ognuno ha il suo giudizio. Ma c’è un dato politico che non si può fingere di non vedere: Askatasuna, come oggetto urbano, smette di essere qualcosa che riguarda anche la città e le sue mediazioni, e torna a essere solo un dossier di ordine pubblico. E quando si protesta, arrivano anche gli idranti.
Poi ci sono altri fatti, meno “da prima pagina” ma molto concreti: strette su mercatini popolari dell’usato (Il Barattolo) e su pezzi di economia informale, soprattutto dove la povertà ha bisogno di spazi e si arrangia come può. Non fanno le immagini dei blindati, ma fanno lo stesso lavoro: restringono.
Se metto tutto in fila non vedo un unico evento. Vedo una direzione. Vedo un modo di intervenire che torna sempre: si accende un caso, si entra forte, si riduce lo spazio di trattativa, si scaricano le conseguenze sociali su qualcun altro. E quel qualcun altro, spesso, è la città amministrata: i Comuni, i servizi, le reti territoriali.
La domanda, per me, non è “è un piano?”. La domanda è più banale e più inquietante: a cosa serve, politicamente, far saltare i sistemi di mediazione delle grandi città?
Perché se la mediazione non funziona più, resta solo la forza. E quando resta solo la forza, le città non diventano più ordinate. Diventano rabbiose. E più facili da raccontare come ingovernabili.
Non chiedo indulgenza verso chi sbaglia, occupa, aggredisce, vandalizza.
Chiedo una cosa diversa: che qualcuno mi dica quale sarà la prossima città.
