Vanchiglia si è svegliata con le strade bloccate. Scuole chiuse, traffico deviato, una presenza delle forze dell’ordine che francamente sembrava più una dimostrazione di forza che un’operazione chirurgica. Dentro lo stabile, poche persone. Fuori, un quartiere che non capiva. Telefoni che squillavano: “sai che succede ad ASKA?”. Il tutto poco prima di Natale, ma vabbè.

È da qui che bisogna partire, secondo me, se si vuole restare sui fatti e non sulle interpretazioni immediate che sono saltate fuori nel giro di due ore sui giornali e sui social.

Quello che è successo oggi non è solo un atto amministrativo. Non è nemmeno solo una questione di ordine pubblico. È anche – e questo è abbastanza evidente se guardi i numeri, i tempi, il contesto – un segnale politico. Il modo in cui è stato messo in scena lo racconta bene. E già questo dice molto.

Non mi stupisce che la destra nazionale e locale abbia colto subito l’occasione per rivendicare una linea dura finalmente applicata. Era prevedibile. Ma per sostenere quella lettura si è dovuto forzare parecchio la realtà. Si sono mescolate cose che non c’entrano tra loro.

La cessazione del patto di collaborazione e la restituzione forzata dello stabile non sono la risposta diretta agli episodi violenti delle ultime settimane. Quelle vicende seguono altri percorsi. Altre indagini. Altre responsabilità individuali. Confondere tutto serve più a costruire un racconto efficace che a chiarire cosa stia succedendo davvero. Ma questo lo sappiamo, no?

Askatasuna non è mai stata una favola urbana. È un centro sociale con una identità politica forte, antagonista, antiautoritaria. Negli anni ha prodotto anche esperienze sociali reali: sport popolare, cultura, musica, mutualismo, spazi di aggregazione che hanno risposto a bisogni concreti.

E io questo l’ho visto da vicino. Con mia moglie abbiamo portato davvero i nostri figli, a Carnevale, a giocare nel cortile di Askatasuna. C’erano i ragazzi dell’Aska che animavano lo spazio, maschere, giochi, bambini che correvano. Nessuna lezione politica, nessuna bandiera sventolata in faccia. Solo un cortile vivo, aperto, usato. Lo dico perché è successo. E perché fingere che quella dimensione non esista significa raccontare una città che non c’è. Io quella scena l’ho vista. Ho le foto, per la cronaca.

Ma Askatasuna non è mai stata solo questo. Il conflitto non è un incidente di percorso ma parte del suo linguaggio politico. E questo – questo proprio questo – rende strutturalmente difficile qualsiasi tentativo di incasellarla in forme stabili di riconoscimento istituzionale. È una contraddizione che sta in piedi da sempre, ma che periodicamente esplode.

Il patto di collaborazione non era una concessione ideologica. Era una scommessa politica rischiosa. Provare a governare una realtà complessa invece di limitarla a un problema di sicurezza. Chi ha lavorato a quel percorso lo ha fatto sapendo di muoversi su un crinale stretto. Ma un patto vive di fiducia. E di limiti chiari. Quando quei limiti vengono percepiti come superati – che si tratti dell’uso degli spazi, degli episodi violenti, o di altro – la fiducia si consuma. E senza fiducia, il patto diventa carta fragile che si strappa al primo conflitto serio.

Oggi quel percorso è finito. È un fatto. Trasformarlo in una colpa originaria di chi ci ha provato è una scorciatoia comoda ma inutile.

Ci sono passaggi che hanno contribuito in modo decisivo a far saltare il banco. L’irruzione alla sede de La Stampa ha segnato un limite. Non per moralismo, ma perché ha reso indifendibile, sul piano politico, un dialogo che già faticava a reggere. In un contesto amministrativo che aveva scelto il confronto, quella violenza non era giustificabile. Punto.

Gli atti dimostrativi di violenza sono sbagliati. Sempre. E sono anche controproducenti. Non rafforzano le cause che pretendono di sostenere, alimentano la polarizzazione e offrono argomenti perfetti a chi vive di repressione. Per questi atti esistono strumenti adeguati, e vanno applicati ai singoli responsabili. La responsabilità penale resta personale. Questo per me è chiaro.

Ma c’è anche un contesto che pesa. E non possiamo fare finta di non vederlo. Un indirizzo nazionale più rigido, una catena di comando instabile, segnali evidenti di un ridimensionamento degli approcci più dialoganti. Pensare che questo non incida sarebbe ingenuo. Pensare che basti a spiegare tutto sarebbe troppo comodo e anche un po’ infantile.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’azione muscolare che interrompe un processo e irrigidisce le posizioni, più di quanto le risolva. È un’operazione che chiude, non che apre. E questo va detto.

Il punto oggi non è scegliere una bandiera. È non smettere di distinguere. Tra responsabilità individuali e realtà collettive. Tra conflitto politico e violenza. Tra sicurezza e desertificazione sociale.

Perché io quel cortile pieno di bambini l’ho visto davvero. E so – lo so per esperienza diretta – che cancellare tutto con un’unica etichetta non rende Torino più sicura. La rende solo più povera, più rigida, più impaurita.

Quando si perde la capacità di tenere insieme la complessità, non vince l’ordine. Vince solo la paura. E la paura, diciamocelo, fa comodo a chi vuole prendersi questa città senza doverla davvero capire.

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