Partecipazione
Abbiamo paura del conflitto. E la chiamiamo partecipazione.

Partecipazione o conflitto

Negli ultimi anni la parola “partecipazione” è diventata quasi un mantra. Sta bene ovunque. Nei programmi elettorali, nei documenti strategici, nei Piani Integrati, nei bandi europei, nelle linee guida comunali. Ogni volta che inizio un discorso – e parlo sul serio, ogni singola volta – mi ritrovo a dire che è necessario un processo partecipato per raggiungere qualsiasi obiettivo. Partecipazione come promessa, come metodo, come valore non negoziabile.

E però, se guardiamo cosa succede davvero quando un conflitto emerge – uno vero, intendo, non le polemiche da social – qualcosa si inceppa. Sempre.

Non parlo di risse ideologiche o di polarizzazioni online. Parlo di conflitti concreti. Uso dello spazio pubblico, decisioni urbanistiche, redistribuzione delle risorse, priorità culturali, sicurezza, inclusione, lavoro. Scelte che producono inevitabilmente vincitori e perdenti. È inevitabile, fa parte della politica.

In questi casi la partecipazione diventa altro. Diventa una sospensione. Un rinvio infinito.

Secondo l’ISTAT (e questi sono dati pubblici che puoi andare a controllare), meno del 20% dei cittadini italiani dichiara di aver partecipato almeno una volta negli ultimi dodici mesi a forme organizzate di partecipazione civica o politica. La fiducia nei partiti oscilla tra il 19% e il 24%. Quella nelle istituzioni locali regge un po’ meglio, ma è in costante calo anche quella.

E allora una domanda semplice: se la partecipazione è ovunque, perché chi partecipa è sempre meno?

Una risposta comoda è dire che le persone sono disinteressate, stanche, disilluse. Vabbè. Una risposta meno comoda – ma più onesta, credo – è chiederci se non abbiamo svuotato la partecipazione del suo elemento più scomodo: il conflitto.

Partecipare non significa essere d’accordo. Significa accettare che qualcuno, a un certo punto, decida. E che quella decisione possa non piacerci. Possa farci incazzare. Ma va bene così. Perché è democrazia, non terapia di gruppo.

Negli ultimi anni abbiamo moltiplicato tavoli, consultazioni, percorsi condivisi. Tutto legittimo. Spesso utile, non lo nego. Ma in molti casi – non sempre, ma abbastanza da farne un sistema – questi strumenti sono stati usati per diluire la responsabilità politica. Se tutti sono coinvolti, nessuno è davvero responsabile. Se il processo è infinito, la decisione può aspettare. Se il conflitto è sempre “da gestire”, non arriva mai il momento di attraversarlo.

E qui c’è un dato che mi ha colpito molto. Uno studio OCSE del 2020 sulla governance partecipativa nelle città europee rileva che molti processi partecipativi producono output consultivi, ma raramente incidono sulle decisioni finali. Soprattutto quando queste comportano costi politici immediati. Tradotto in italiano semplice: partecipiamo molto su ciò che è neutro, pochissimo su ciò che divide.

Torino non fa eccezione. Anzi, forse rappresenta bene questo paradosso. Torino si racconta come dialogante, civile, progressista. E lo è, per molti aspetti. Ma è anche una città che spesso fatica a sostenere il dissenso senza anestetizzarlo.

Quando una questione accende il conflitto, la reazione più frequente non è la decisione. È il rinvio. Un nuovo tavolo. Un approfondimento. Un percorso ulteriore. Tutto giusto. Tutto perfetto. In teoria. Ma quanto a lungo un conflitto può restare sospeso prima di diventare frustrazione? E poi rabbia? E poi indifferenza?

Il bilancio partecipativo, per esempio. È uno strumento interessante, non lo metto in dubbio. Eppure nei comuni italiani che lo adottano le risorse effettivamente allocate tramite questi processi raramente superano l’1% del bilancio complessivo. Una quota simbolica che difficilmente tocca i nodi strutturali. Quindi la domanda viene spontanea: stiamo partecipando per decidere o per non decidere?

C’è un punto che andrebbe detto più chiaramente, senza troppi giri di parole: il conflitto non è il fallimento della partecipazione. È il suo passaggio obbligato. Una comunità viva non è una comunità armonica. È una comunità che regge il disaccordo senza trasformarlo in guerra, ma nemmeno in silenzio. E nemmeno in vuoto istituzionale.

Quando l’obiettivo implicito diventa evitare attriti, la partecipazione si trasforma in un dispositivo di contenimento. Ascoltiamo tutti per non scontentare nessuno. E così alla fine nessuno si sente davvero rappresentato.

Forse – e questo è solo un sospetto che mi viene – il problema non è che le persone non partecipano. Forse è che hanno imparato che partecipare non cambia l’esito. Cambia solo il tempo che serve per arrivarci. E allora restano a guardare. Oppure urlano. Oppure si ritirano nelle loro bolle. E noi ci chiediamo perché la politica non funziona più.

La mia non è una critica alla partecipazione in sé, ci mancherebbe. È una critica a una partecipazione che ha paura di dichiarare un conflitto legittimo e di attraversarlo fino in fondo. Perché una decisione può essere contestata. Anche duramente. L’indecisione permanente no. Quella logora, consuma fiducia, svuota le parole. E alla lunga produce una classe politica che impara soprattutto a non scegliere. A non rischiare. A non decidere mai davvero.

Dovremmo tornare a dircelo con più onestà: partecipare non significa che andrà tutto bene. Significa che qualcuno si assumerà la responsabilità di scegliere, dopo aver ascoltato. Siamo ancora disposti ad accettarlo? O preferiamo continuare a chiamare partecipazione ciò che in fondo serve solo a rimandare il momento più difficile?

La domanda resta lì. Non risolta. E probabilmente lo resterà ancora per un po’. Ma almeno mettiamola sul tavolo senza troppi giri di parole.


Se vuoi capire meglio in che direzione sto andando e cosa faccio quando non scrivo qui sopra, puoi partire da questa pagina: → Cosa faccio

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1 Reply to “Abbiamo paura del conflitto. E la chiamiamo partecipazione.”

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