Torino è ferma. No, non ferma — sospesa. Come quando ti svegli e non sai se hai dormito bene o male, se devi alzarti o restare a letto. È quella sensazione. Non siamo più nel 2021, quando eravamo tutti feriti, quando la città sembrava svuotata di senso, quando ogni promessa politica si è schiantata contro i muri. Ma non siamo neanche nel 2030 che sogniamo la sera, quella Torino immaginaria dove tutto funziona, dove siamo laboratorio europeo, dove ci guardiamo allo specchio e diciamo “ce l’abbiamo fatta”.
Siamo in mezzo. E stare in mezzo fa male.
La città interrotta — ecco cos’è Torino adesso. Non è che stiamo male male, ma neanche bene. Ci muoviamo, sì, ma senza sapere dove andiamo. E quando una città passa troppo tempo a guardarsi allo specchio chiedendosi chi è, a un certo punto deve decidere: continuo a leccarmi le ferite o provo a ricucire qualcosa di umano in questo casino?
Le elezioni del 2027 saranno esattamente questo momento. Il momento in cui smettiamo di cazzeggiare e decidiamo chi vogliamo essere.
Il centrosinistra è stanco. O forse no?
La coalizione che ha vinto nel 2021 non esiste più. Non può esistere, perché la città è cambiata. E loro?
Lo Russo governa. Governa come può, tra il PRG che non sta in piedi, il PNRR che nessuno sa gestire davvero, i bilanci che fanno schifo, le partecipate che vanno per i cazzi loro, le crisi industriali che si aprono ogni settimana, la mobilità che è un incubo permanente. I primi due anni li ha passati a fare il tecnico. Il terzo anno ha provato a fare politica. Adesso, nel quarto, sta cercando di raccontare una storia. Via Roma pedonalizzata, il boulevard da Porta Nuova a Palazzo Reale — sono già pezzi del racconto per il secondo mandato.
Ma la domanda vera è: Lo Russo trascina il centrosinistra o è il centrosinistra che tiene Lo Russo lì perché non hanno altri nomi?
E poi c’è la sinistra. Quella vera, quella che non si accontenta. Quella che sente che questa città sta diventando troppo timida, troppo “va bene così”, troppo poco coraggiosa su tutto: le case, l’ambiente, i poveri, gli spazi pubblici. Askatasuna, l’ordine pubblico, la cittadinanza onoraria, gli alloggi vuoti mentre la gente dorme per strada — ogni tema esplode. Non perché vogliano rompere per forza, ma perché hanno paura che Torino stia perdendo la sua anima solidale.
Non è teatro. È una frattura vera: due modi completamente diversi di leggere cosa è questa città.
E poi ci sono i moderati. Quelli di DemoS, Azione, i civici buoni. Non vogliono rivoluzioni. Vogliono che tutto smetta di tremare. Vogliono stabilità, ordine, una città che non oscilla più tra gli estremi. È la Torino delle professioni, delle famiglie che vivono nei quartieri semicentrali e vogliono solo tranquillità.
Loro tengono stretto Lo Russo. Non per amore, ma per calcolo: un sindaco uscente, se non fa disastri, si ricandida. Fine.
E qui parte il casino: il centrosinistra è un corpo che vuole andare in tre direzioni diverse, ma ha solo due gambe.
Ora Piemonte? Tanto rumore, poca sostanza. Per ora è solo una voce che dice “dobbiamo ascoltare di più la gente”. Vero, ma non è ancora una forza capace di cambiare davvero le cose. E i “Civici al Centro” sembrano più un’operazione da palazzo che un movimento vero. Esistono per stare al tavolo delle trattative, non per spostare gli equilibri.
Il centrodestra sogna Torino ma non la conosce
Il centrodestra torinese ha tante ambizioni e zero sintesi.
Forza Italia sta provando a fare l’operazione Cirio: “Guardate, in Regione ha funzionato un profilo moderato, perché non farlo in città?” Fontana, Porchietto, Tronzano — nomi con credibilità istituzionale, capaci di rassicurare. Ma gli manca una cosa fondamentale: il carisma urbano. Torino non elegge uno perché è moderato e competente. Lo elegge se sa capire la città. E questi, oggi, non la capiscono.
Fratelli d’Italia invece non vuole moderati. Vuole qualcuno che incarni la narrativa nazionale: ordine, rottura, discontinuità. Marrone ha quel valore simbolico. Ma c’è un problema: la Torino che vive i suoi conflitti quotidiani non è sempre pronta ad abbracciare un candidato così identitario come risposta ai suoi problemi.
Torino Bellissima ha perso la freschezza del 2021, ma conserva una cosa importante: il radicamento in una parte del mondo imprenditoriale che è stufo di come va la città da anni. Ma essere radicati nel mondo delle imprese non significa automaticamente avere una visione per Torino. Vogliono esserci, ma non sanno ancora per cosa.
E qui la domanda brutale che nessuno a destra ha ancora risposto:
Che cazzo volete fare di Torino, oltre a vincerla?
Perché finora non si vede un progetto sui poveri, sulla mobilità, sulle periferie, sulla cultura, sulla scuola, sulla sanità. Senza un racconto vero, nessun candidato — moderato, identitario o civico che sia — può sfondare davvero.
La città che i partiti non vedono
Torino oggi sono tre città insieme:
La città istituzionale — fatta di uffici, procedure, scadenze, burocrazia.
La città sociale — fatta di famiglie, associazioni, scuole, comunità vere.
La città emozionale — fatta di disaffezione, rabbia silenziosa, astensione, gente che vuole solo essere vista.
Ed è quest’ultima la grande assente dalla politica. È la città dei quartieri che non credono più alle promesse. La città che non ha più fiducia nel gioco delle coalizioni. La città che vive per conto suo, che non risponde ai sondaggi ma che poi esplode nel quotidiano.
E in questo spazio non ci entri con le ideologie, né con le sigle di partito. Ci entri con civismo vero, strutturato, radicato.
Ed è qui che entra Torino Domani.
Torino Domani non è un partito. E meno male. È un ponte. È l’interfaccia tra le istituzioni e la vita vera. È civismo che non ha paura di sporcarsi le mani nei luoghi difficili: quartieri fragili, scuole, welfare, comunità, rigenerazione urbana.
Guardate cosa hanno fatto: Francesco Tresso che ha ridato dignità all’urbanistica come progetto vero, non come show. Tiziana Ciampolini che ha portato il welfare territoriale dentro la politica cittadina. Il lavoro nelle Circoscrizioni, che non è stata politica di serie B ma politica vera: conflitti, bisogni, vulnerabilità, prossimità.
Torino Domani può fare tre cose che nessun altro può fare:
1. Tenere insieme radicalità e governo
Una coalizione senza sinistra è debole. Una coalizione solo identitaria è paralizzata. Torino Domani è la struttura che può far parlare mondi che altrimenti si sparerebbero addosso.
2. Essere il motore del campo largo
Il centrosinistra vincerà o perderà il 2027 in base alla capacità di raccontare una visione urbana, non una lista di opere. Torino Domani è una delle poche forze capaci di trasformare le parole in proposte vere.
3. Intercettare l’astensione
Il vero nemico del 2027 non sarà la destra. Sarà l’astensione. Sarà tutta quella Torino emotiva che non crede più che votare serva a qualcosa. Quella Torino che chiede solo una cosa: qualcuno che la veda davvero.
E Torino Domani può essere quel qualcuno.
Il 2027 come momento della verità
Torino nel 2027 non eleggerà solo un sindaco. Deciderà se vuole una politica che gestisce problemi o una politica che immagina soluzioni.
Deciderà se vuole essere la città della manutenzione amministrativa o la città della ricostruzione civile.
Deciderà se si riconosce di più nella paura del cambiamento o nel coraggio della trasformazione.
E Torino Domani può essere davvero l’ago della bilancia. Non la forza che “aggiunge voti”, ma quella che aggiunge senso.
Perché la verità è brutale: senza una gamba civica la coalizione progressista non è abbastanza larga. Ma senza una gamba civica autorevole, non è abbastanza profonda.
Torino Domani è l’unica realtà che oggi può unire larghezza e profondità.
Se sceglierà di farlo, il 2027 non sarà solo un anno elettorale. Sarà un anno costituente.
Ogni città, prima di cambiare, attraversa un tempo di sospensione. Torino è lì, sulla soglia, nel varco tra ciò che è e ciò che potrebbe diventare.
E le soglie non si attraversano da soli.
Servono mani. Servono idee. Servono circuiti umani veri.
Se Torino Domani saprà assumersi questo ruolo — non da comparsa, ma da protagonista — allora questa città interrotta potrà finalmente guardarsi allo specchio senza avere paura.
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