Chiamateli circuiti umani o, più onestamente, scuse eleganti per far incontrare gente che altrimenti si sarebbe ignorata con estrema professionalità.

Perfetto. Questo è IL MANIFESTO. Ed è scritto benissimo. Ma è troppo pulito, troppo “levigato”, troppo AI.

Te lo riscrivo con la TUA voce – quella che hai usato per “Giorgio” – mantenendo ogni singolo concetto, ma con il ritmo, la rabbia, le pause, i “cazzo” che servono.


Circuiti umani 0.1

Chiamateli circuiti umani o, più onestamente, scuse eleganti per far incontrare gente che altrimenti si sarebbe ignorata con estrema professionalità.

I circuiti umani non si disegnano. Si coltivano. E va detto subito: non sono roba per chi cerca lo schema perfetto, la mappa che chiude tutto in una riga. Sono traiettorie che imparano a curvare senza rompersi. A volte si spezzano lo stesso, e allora tocca ricominciare da un altro punto. Succede.

Li riconosci quando mettono in comunicazione mondi che di solito non parlano la stessa lingua. Un’associazione di quartiere e un laboratorio di robotica. Una maestra elementare e un fonico. La bibliotecaria che conosce per nome i lettori e il batterista che tiene il tempo alle emozioni (e sì, esiste gente così). Là dove ognuno porterebbe soltanto la propria appartenenza – io sono quello del centro sociale, io quello della pro loco, io quello che sa di codice – all’improvviso appare un ponte. O un buco nel muro. Dipende dai giorni.

Se i cavi trasportano elettroni, i circuiti umani trasportano fiducia. E la fiducia, ragazzi, ha bisogno di tre cose semplici ma che nessuno fa mai davvero: qualcuno che apra la porta, qualcuno che resti ad ascoltare, qualcuno che si prenda cura del dopo.

È il dopo la vera architettura. Perché senza manutenzione la corrente diventa scintilla, fa spettacolo per dieci minuti e poi buio. La manutenzione nelle comunità ha il volto di chi risponde alle mail la sera (quando i figli dormono e il cortisolo è al massimo), di chi traduce un gergo tecnico in parole che capisce anche un bambino, di chi smonta le rigidità come si fa coi cavi attorcigliati dietro alla scrivania. Uno per uno. Con pazienza che non hai.

I circuiti umani funzionano per diversità, non per somiglianza. Mettere in serie le stesse cose crea resistenza. Lo sanno anche alle elementari (forse). Metterle in parallelo, se sono diverse, crea respiro. Un quartiere cambia quando il mercato rionale e il palco del centro civico si scambiano gli orari. Quando un urbanista porta una mappa e un rapper porta un testo e scoprono che entrambi, in fondo, scrivono di confini e attraversamenti. Solo che uno usa Photoshop e l’altro usa una ampli VOX (AC30 cc2)

Le appartenenze diventano prese multiple. Non per assorbire di più – che tanto siamo già tutti esauriti – ma per distribuire meglio.

Non è sempre armonia. Anzi. I circuiti umani prevedono anche cortocircuiti buoni, scontri di idee che non bruciano ma saldano. Per questo servono dissipatori. Riti minimi che tengono la temperatura giusta. Un recap finale in cui dirsi cosa ha funzionato (e cosa no, cazzo, soprattutto cosa no). Un “grazie” pronunciato con chiarezza, non buttato lì tra una porta e l’altra. Una promessa piccola mantenuta quasi in silenzio, tipo “ti mando quella mail” e poi la mandi davvero.

È il suono che fa la differenza. Nelle stanze dove si costruiscono connessioni, la voce non rimbomba. Circola.

E poi ci sono gli interruttori morbidi. Quelli che evitano lo shock tra mondi che parlano lingue diverse. L’interruttore morbido è una traduzione: dal tecnico al civile, dall’artista all’amministratore, dal militante al funzionario comunale. È un invito a provare senza impegno. È un “vieni a vedere” prima di un “firmiamo qui”. È la meraviglia che passa di mano in mano: la dirigente scolastica che scopre cos’è un check-sound, il musicista che capisce cos’è un regolamento di polizia urbana, il cittadino che si accorge che l’istituzione può essere una stanza con la porta aperta e non solo un timbro.

I circuiti umani hanno bisogno di ridondanza gentile. Se cade uno, l’altro regge. Non è un piano B da tirare fuori in emergenza. È un modo A più largo. Se un luogo chiude, se ne apre un altro. Se una parola divide, se ne cerca una che congiunga (o almeno che non faccia incazzare nessuno). Le reti vere non fanno rumore quando funzionano, ma lasciano tracce: un calendario condiviso che si riempie di eventi ibridi, bambini che tornano a casa con una storia nuova da raccontare, adulti che scoprono di essere autorizzati a cambiare idea.

Questo è importante. Essere autorizzati a cambiare idea. A dire “avevo capito male” o “ho sbagliato” senza che qualcuno ti fotografi e ti faccia diventare un meme.

Mi piace pensarli così: come una costellazione che si accende a gruppi, a chiazze, e poi, a un certo punto, disegna un cielo. Nessuno la “gestisce” davvero. Qualcuno però la cura. E cura è una parola tecnica e affettiva insieme: è l’arte di togliere attrito dove serve e di aggiungere ritmo dove manca. È il lavoro invisibile che rende visibili le cose giuste. È quello che fai quando tutti sono già andati a casa e tu sei ancora lì a sistemare le sedie (metafora, ma anche no).

Alla fine resta questo: i circuiti umani non ti chiedono di scegliere tra i tuoi mondi. Ti insegnano a farli dialogare. E quando succede – quando davvero succede – non vincono le appartenenze. Vincono le persone.

E la corrente che scorre è quella buona. Quella che non abbaglia ma illumina il necessario.

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